L'approccio ecologico nell'insegnamento del karate - Budokan San Mauro
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L’approccio ecologico nell’insegnamento del karate

L’approccio ecologico nell’insegnamento del karate

Un metodo di allenamento diversificato, che alterna ripetitività e variabilità e che parte da un apprendimento più dinamico e meno “addestrativo”, può essere efficace sia per principianti alle prime armi, che per atleti esperti che non vedono più miglioramenti. Quello che segue è un riassunto a cura del M.Andrea Silenzi dell’intervento del dott. Valter Durigon al seminario Fikta del 7 marzo 2026. Spunti interessanti per educatori sportivi che cercano diverse metodologie di insegnamento.

 

  • Applicare obiettivi.

Eseguire un movimento “a vuoto” fine a sé stesso, oppure introdurre un obiettivo in quello che si sta facendo, fa la differenza: come l’esempio di un semplice scatto oppure l’esecuzione di uno scatto con l’obiettivo di afferrare una pallina o prendere una persona.

Nel kumite cambia il risultato fra dare un pugno a vuoto o contro un bersaglio, entrano in gioco abilità coordinative diverse. Ed anche nel kata c’è differenza se lo penso come semplice combinazione o se penso di colpire ad ogni tecnica.

 

  • Passare dall’addestramento all’apprendimento auto-organizzato.

È possibile variare l’impostazione dell’allenamento e passare dal classico modello “addestrativo” in cui l’insegnante dice che esercizio fare e come farlo, ad un altro metodo: quello “auto-organizzato”.

In questo secondo metodo non si insegna come eseguire il compito ma si mette nelle condizioni l’allievo di poter risolvere la situazione e correggere da solo l’errore. I contenuti, giochi o esercizi, vanno proposti all’interno di un contesto, un ambiente, con la presenza di obiettivi. Per capire meglio la differenza: posso decidere di insegnare all’allievo a raggiungere un punto indicandogli chiaramente quale percorso seguire, oppure posso indicargli il punto da raggiungere, introdurre ostacoli e variazioni nell’ambiente e far si che l’allievo risolva da solo il compito scegliendo il percorso più efficace.

Anche in una situazione in cui mancano gli avversari, posso usare l’immaginazione e trovarmi in un contesto più impegnativo e stimolante. È uno sforzo cognitivo, ed è un allenamento efficace. È più facile eseguire movimenti a comando, ma nell’apprendimento auto-organizzato viene richiesto un impegno diverso, con l’uso del proprio ingegno e creatività.

 

  • Approccio dinamico all’apprendimento.

Questa metodologia di allenamento parte dal fatto che il corpo, per sua natura, ha la capacità di adattarsi e auto-organizzarsi per risolvere il problema, senza che il bisogno di essere istruito al dettaglio.

Ad esempio, nel nuoto, si impara nuotare non solo perché qualcuno insegna un metodo, ma si parte dal fatto che il corpo ha la possibilità di stare a galla e adattarsi, per cui come inizio ci si butta. Successivamente posso affinare la tecnica e i movimenti. Questo si contrappone all’insegnamento basato solo dall’applicazione di schemi.

Un controllo cognitivo centralizzato ed esaustivo della motricità è un’ipotesi inutile, in quanto le caratteristiche essenziali del comportamento del sistema effettore risultano da processi di auto-organizzazione.

In un approccio dinamico nell’apprendimento va abbandonata l’idea di avere un controllo cognitivo completo della motricità. Dare tutte le informazioni e impostare tutto prima di eseguire il movimento non serve: il corpo si auto-organizza in base all’obiettivo.

Un esempio in cui il copro si auto-organizza arriva con il sopraggiungere della fatica. La fatica è legata all’utilizzo della creatività: quando arrivo al limite dell’affaticamento devo inventare qualcos’altro per continuare o per assolvere il compito, perché sono stanco. Questa situazione, legata al fatto che ho un compito da assolvere, ad esempio raggiungere un traguardo o terminare il tempo della partita, impone al mio organismo di trovare altre soluzioni.

 

  • Utilizzo degli attrattori.

Nell’insegnamento non è sufficiente conoscere e mostrare le tecniche ai propri allievi. Il principiante è come un foglio bianco. Se sbaglio modo nel dare le prime basi e tracciare i primi segni, poi ci metto tempo a correggerli. La dimostrazione è importante, ed è molto più efficace di una spiegazione verbale, ma devo comunque creare degli attrattori, qualcosa che invogli il corpo a darsi da fare per arrivare all’obiettivo o per fare la tecnica corretta.

Esempio pratico: Invece di chiedere semplicemente a un bambino di correre al massimo (azione difficilmente ottenibile a comando), si crea un gioco con dei coni. L’obiettivo ludico diventa l’attrattore che spinge inconsciamente il bambino a eseguire lo sprint.

 

  • Triangolo delle costrizioni (Compito, Organismo, Ambiente).

Nelle discipline formali l’apprendimento è lineare, ad esempio nella matematica, i progressi aumentano in modo lineare con l’aumentare della difficoltà degli esercizi.

Parlando di attività motoria, invece, l’apprendimento ha delle oscillazioni. Si alternano momenti di crescita e momenti di decrescita. I momenti di decrescita non sono sinonimi di un calo nell’apprendimento, ma indicano che il corpo si sta trasformando per arrivare ad obiettivi più grandi. È l’esempio di una costruzione di Lego: costruisco una casa, se voglio alzarla devo smontarne un pezzo, allargare la base e poi tornare a farla crescere in altezza.

Molti ragazzi li vediamo migliorare, finché ad un certo punto entrano nella zona di confort e da lì non si muovono, e non migliorano. In questo caso vanno stimolati, l’insegnante deve essere un abile rompi scatole per farli uscire da quella zona, a costo di avere come risultato immediato dei peggioramenti, per poi ritrovarli successivamente migliorati rispetto alla situazione inziale di confort.

Uno stimolo utile per fare uscire gli atleti dalla zona comfort è introdurre delle costrizioni. Elementi o variazioni che creano difficoltà negli esercizi abituali.

Posso creare tre tipi di costrizioni. Posso agire sul compito: metto in difficoltà dando dei limiti, ad esempio attaccare solo di calcio nel kumite. Sull’organismo, portandolo all’affaticamento o inserendo carichi di lavoro diversi. Ed infine posso agire sull’ambiente (inteso come spazio ma anche dalle persone che occupano lo spazio): lavorare in determinati spazi, imparare a combattere con le spalle al muro a all’angolo del tatami, anche l’introduzione di due o più avversare è una costrizione sull’ambiente. Nel caso del kata, l’esecuzione a specchio può essere un tipo di costrizione.

 

  • Lavoro sulle percezioni.

Impostare nuovi movimenti sulle percezioni, non solo sull’esecuzione. Tutti i movimenti nascono dalla percezione: anche solo alzarsi e camminare, è una azione che facciamo senza pensarci in frazioni di secondo. Se aiutiamo un principiante a stimolare la percezione, attraverso i sensori visivi, tattili, lo aiutiamo ad apprendere in modo naturale. Ad un atleta inesperto, sottoposto ad una spiegazione troppo dettagliata sull’esecuzione, arrivano informazioni che non riesce a decifrare. Al contrario, l’atleta evoluto possiede una sensibilità corporea più raffinata, ed è più in grado di non considerare le percezioni e concentrarsi sull’esecuzione. Lo shihogeri, eseguito su una gamba, è un lavoro sulle percezioni che aumenta l’equilibrio.

Un consiglio è quello di lavorare all’interno di un contesto per stimolare le percezioni, non a vuoto. Esempio proporre un kata dove in ogni direzione c’è un bersaglio che penso di colpire con forza.

 

  • Apprendimento differenziale.

Esplorare movimenti diversi e inusuali rafforza la percezione corporea e migliora l’esecuzione tecnica. Enfatizzo l’errore, creo situazioni in cui aumento la possibilità di sbagliare, per capire meglio come va fatta la tecnica. Un atleta sottoposto a questo tipo di apprendimento diventa più efficiente ma meno efficace, aumento le potenzialità di miglioramento pur non vedendo immediatamente il beneficio. Il fisico, nel primo periodo, non riesce a migliorare ma peggiora.

È il caso di un lanciatore del peso. Questo atleta è’ stato sottoposto ad una serie di esercizi in cui lo hanno visto lanciare oggetti diversi in maniera diversa, anche attraverso esercizi strani e buffi, dopo diversi mesi le prestazioni sono aumentate. Cambiare parametri, cambiare ritmo, e introdurre questa variabilità in allenamento è un elemento importante per migliorare la crescita: devono coesistere la ripetitività e la variabilità, lavorando sempre su entrambi.

 

  • Gli errori nella dinamica di crescita.

Gli errori sono sempre presenti nella pratica di un atleta. L’errore ha una forte componente mentale, tanto che più l’insegnante parla di errori, più induce chi ascolta a farli.

L’errore va analizzato non nel momento in cui succede, ma negli attimi prima. Chi fa slalom, ed esce in una curva, commette un errore che parte dall’attimo prima in cui passa da una posizione ad un’altra, quell’attimo in cui il baricentro si alza e la posizione diventa instabile. Allo stesso modo può succedere durante la transizione da una posizione all’altra nel karate. L’errore va prevenuto.

Anche la fatica può indurre l’errore. Ad esempio, chi corre nella marcia è costretto ad avere sempre un appoggio a terra per regolamento. In condizione di fatica il nostro corpo ci impone la corsa, perché è un movimento più naturale che mi fa gestire più facilmente la fatica, ma poi vengo squalificato. È un errore che viene senza pensarci, ed è semplicemente il corpo che si adatta a fare meno fatica portandoti a fare l’errore tecnico. Quando imparo la tecnica spendo meno energia, alzo la soglia della fatica, e corro meno il rischio di arrivare nella condizione di fare questi errori.

“Le cose grandi arrivano sempre sul ciglio di un errore. Quello che arriva dopo l’errore è spettacolare. Perciò se ti fissi sugli errori, ti perdi la magia“ Joni Mitchel.

Questa frase è un meraviglioso invito ad accogliere lo sbaglio non come un fallimento, ma come una deviazione necessaria per scoprire territori inesplorati.

 

  • Approccio ecologico (o dinamico) e metodo genetico.

Nell’approccio ecologico percepiamo il movimento e ci muoviamo per percepire, per sentire ancora di più. È un ciclo che parte appunto dalla percezione, viene presa una decisione e infine si passa ad una azione che porta a nuove percezioni. È una situazione che capita nella quotidianità. Nell’ambito del karate è molto utile approfondire questo tipo di allenamento soprattutto nel kumite, che è più vicino per caratteristiche ad uno sport di situazione.

Un altro sistema che mi permette di raggiungere più risultati ma con più tempo, è il metodo genetico. Per arrivare al movimento di karate, cioè il gesto finale che deve imparare il mio allievo, vado a ritroso e capisco il movimento più naturale che si avvicina a quello di karate e lo propongo come allenamento. Parto dalla genesi del movimento, il movimento che è facile fare in natura, che viene più spontaneo: è un allenamento piacevole, perché parte da quello che so già fare, e non su quello che non so fare. Nel caso del passo di karate, per esempio, posso partire dal passo normale e non imporre subito il movimento finale che è difficile e demotivante. Dopo di ché aggiungo istruzioni per arrivare al gesto tecnico richiesto.

 

Andrea Silenzi

Resp. Tecnico a.s.d. Budokan Karate San Mauro Pascoli

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